Metronomy – Live al Brooklyn Steel – 13/11/2017

Ciao! Sono passati ben 23 giorni dal mio ultimo articolo che parlava di St. Vincent (eccolo qui). Adesso ti spiego bene come mai.

Sono stato a New York, ma non a fare il gallo, bensì per lavorare (o almeno l’80% per lavorare). È stata un’esperienza della madonna e sono tornato ancora più carico di prima.
Una delle cose più ganze che ho fatto nella Grande Mela è stata quella di andarmi a sentire una band da paura in una location da paura.

La band -> Metronomy.
La location -> Brooklyn Steel.

Dato che ho due argomenti non so da quale iniziare e mi si intrippa la mente. Quindi ho lanciato una monetina ed è venuta fuori la location (dove fra gli altri ha suonato anche Nicolas Jaar). Per questo partirò a romanzarti come sono arrivato lì e cosa hanno provato i miei capezzoli sensibilissimi quando sono entrato.


Le avventure di Carlo

Insomma stavo in un hotel nel Queens che si chiama Aloft (e che mi sento di consigliare anche se il primo giorno ha preso fuoco.) Ero in preda al jet-lag e mi addormentavo sulle credenze e sulle spalle della gente in metro. Una roba che mio nonno narcolettico mi avrebbe dato del professionista. Ma avevo una missione. Raggiungere il Brooklyn Steel per gettarmi nella folla e godermi la performance di una band che mi piace parecchio.

Strisciando, rotolando e dormendo ci sono arrivato. Ero uno straccio e ho visto la fila chilometrica per entrare. Mi sono fatto coraggio e mi sono messo a fare lo zombie insieme a tutti gli altri.

Mentre ero immerso nei miei pensieri, dalla porta laterale esce Joseph Mount (il leader della band) con un cappellino rosso e bianco a pon pon. Era al telefono e stava ordinando delle pizze. Io ero accanto a lui, in fila. Ci separava solo una transenna. Avrei voluto dirgli un sacco di cose, parlargli del mio lavoro da social media manager musicale e sono sicuro che la mia carriera sarebbe volata fra i cieli più alti. Invece avevo il cervello felpato dal jet-lag e sono riuscito solo a guardarlo e sbavare, come farebbe il migliore dei neonati. Lui ha ricambiato il mio sguardo, ma senza sbavare e ha finito l’ordine delle pizze. Poi è rientrato.

Efficienza ed emozioni

La fila è stata smaltita velocemente, come se fosse uno di quei tubi che risucchia la gente che si vedono in Futurama. In 5 secondi netti mi sono trovato dentro al Brooklyn Steel e mi avevano perquisito, passato sotto un metal detector, controllato il biglietto e timbrato in fronte in caso fossi voluto uscire e rientrare. I ragazzi sono stati efficientissimi (roba che si dovrebbe imparare in Italia regaz).

La location è fenomenale. Grande, funzionale, ma soprattutto bella da vedere e che non diventa un forno crematorio quando si riempie di persone. Problema che moltissime location Italiane hanno.
Al Brooklyn Steel si servono birre che sono “local” nel senso che vengono dal Brooklyn Brewery. Se non hai mai bevuto la Brooklyn Lager, cercala e bevitela. Io l’avevo già assaggiata in altre occasioni, ma mi sono immediatamente munito di un bicchiere e mi sono piazzato di fronte alla regia. Più avanti non riuscivo ad andare. Troppe poche energie e troppa, troppa gente.

Scasso un po’ la fava al tecnico luci chiedendo se avevano una rete Wi-Fi dedicata (ce l’avevano, avevo visto dal display del mio telefono), ma il tizio fa l’inglese e mi snobba dicendo che non ne ha idea. Sfuma così la mia possibilità di andare live su Facebook, pazienza.

Il momento esatto

Si abbassano le luci ed entrano i Metronomy, vestiti tutti come dei panettieri. Tutti bianchi, a parte Gbenga Adelekan, il bassista. Lui aveva le braghe bianche ma una casacca africana coloratissima. Se fossi stato più vicino e più sveglio avrei tentato di rubargliela.

Dopo essersela tirata un po’ coi fan chiudono con le chiacchiere e iniziano a suonare. Gli occhi mi si sono spalancati assieme al cuore. Le ginocchia mi si sono istantaneamente piegate e ho iniziato subito a ballare e agitarmi.
Un tiro pazzesco, ritmo da tutte le parti. Mi penetrava nelle orecchie, nelle ossa e nella carne. Assieme a me tutta la sala si esaltava e si muoveva. Chi a tempo e chi invece non capiva un cazzo. Ma succede sempre.

Durante tutta la performance sono andato in black out. Non so chi avevo accanto, non calcolavo nessuno. C’eravamo solo io e i Metronomy là sul palco. Hanno suonato praticamente l’80% di Summer 08 e poi hanno fatto un paio di classici da The English Riviera, tra cui The Look, che mi piace tantissimo.
Ti linko un video brutto qui sotto, ma è di quella sera là. In mezzo a tutta quella gente ci sono anche io che mi agito tutto. Non mi si vede, ma ci sono.

La fine

Come bis fanno Everything Goes My Way in cui Joseph e Anna Prior si invertono (lui va alla batteria e lei si mette a cantare). La performance di Anna non mi ha fatto impazzire, così come la performance di Joseph alla batteria. Ma ho apprezzato moltissimo l’impegno. Credo che quello sia il pezzo che mi piace di meno. Va beh.

Il concerto termina e io non mi sono rovesciato nemmeno una goccia di birra addosso. Recupero Claudia e Silvia (che come al solito mi accompagnano pazientemente a questi eventi e si scatenano) e andiamo assieme a fare gli zombie per recuperare le giacche.
Ecco, lì il Brooklyn Steel deve migliorare. Ci abbiamo messo i secoli a ritirarle e a uscire, ma non è stato un problema grossissimo. Infatti ci addormentavamo sulla schiena di quelli davanti, senza ritegno.

In una maniera o nell’altra siamo tornati al nostro hotel nel Queens e abbiamo raggiunto la nostra camera al 17esimo piano.

Quella notte lì ho dormito tanto e ho sognato molto la performance che avevo appena visto. Credo proprio che continuerò a sognarla ancora per tanto tempo.

Grazie New York per essere un faro nella musica.

E grazie Brooklyn Steel. Ci rivedremo presto, lo so.