Johnny Mox è lo pseudonimo che Gianluca Taraborelli usa nel momento in cui chiude i bottoni della camicia, mette a tracolla la chitarra e sale sul palco.

Considero Johnny Mox uno di quegli eroi che si stanno estinguendo. Uno di quegli artisti che sale sul palco e ti canta in faccia che le cose non è che vadano troppo per il verso giusto ultimamente. Non si vergogna a farlo, anzi esegue le sue performance con una stoicità degna di un Apache.

La cosa figa è che Johnny sembra non avere nessuna intenzione di smettere di esibirsi, anzi ha appena finito di comporre un nuovo album che si chiama Future is not coming. But you will. Uscirà ad ottobre 2018 per To Lose La Track e Sonatine, così ho deciso di prendere da parte Johnny e fargli un paio di domandine. Questo è quello che mi sono sentito rispondere.

 

L’intervista

Com’è nato Johnny Mox?

Johnny Mox è nato nel periodo in cui ho vissuto a New York. Sono sempre stato affascinato dalla coralità e dal gospel. Una domenica sono stato ad una messa ad Harlem. Il giorno dopo ho comprato una loop station e non mi sono più fermato.

 

È appena uscito il tuo ultimo video Destroy Everything. Che cosa ti ha influenzato nella sua creazione?

Nel video si vedono le immagini della mia discussione di laurea alternate a quelle della laurea di Giulia, la mia compagna. Da subito mi è sembrato che il video creasse un dialogo molto potente. L’idea voleva essere quella di raccontare il momento in cui il nostro futuro stava cominciando. Il Futuro è il tema che permea tutto il disco nuovo. Destroy Everything è a suo modo una canzone di lotta. Parla di quando sei pronto a spaccare il mondo al termine degli studi, di quando arrivi in un paese nuovo e vuoi solo farcela, metterti alla prova. Parla di tutto quello che sei disposto ad affrontare per qualcosa che ami, della voglia di sfasciare tutto quanto e ricominciare dalle cose semplici.

Per lo stesso motivo, qualche giorno fa ho messo assieme un video dello stesso pezzo con le immagini dei migranti che hanno sfondato le recinzioni a Ceuta, enclave spagnola in Marocco (dove gli arrivi quest’anno sono aumentati del 300%). Guardateli in faccia. Li hanno già rimpatriati ma ci riproveranno. Ancora e ancora. E’ la faccia di chi non ha più niente da perdere, ma è anche il volto, la raffigurazione più viva della vita, della voglia di vivere. Il Futuro non arriva, ma loro sì.

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Johnny Mox and the Moxters of the Universe live all’Italian Party 2018.

Cosa dobbiamo aspettarci da “Future is not coming. But you will”, tuo prossimo album in uscita ad ottobre per To Lose La Track e Sonatine?

Non è stato facile cambiare tutto rimanendo uguali. A me piace complicarmi la vita, vivo proprio come un dovere il fatto di alzare la posta artistica. E questo disco è un passo per me molto importante. Ho cercato di lavorare tanto sulle melodie, tentando di scrivere delle canzoni intense, che potessero stare in piedi con poco. A livello di testi invece è presto detto: Il Futuro non arriva, ma tu sì. Ovvero ci hanno raccontato una favola con un finale che non arriverà, ma i personaggi sono reali, sono vivi. E possono ancora fare la differenza.

 

Hai già in mente un tour per promuovere “Future is not coming. But you will”? Ti va di indicarci un po’ di appuntamenti in cui potremo venire ad ascoltarti?

Saremo in tour da fine ottobre, il disco lo presentiamo il 22 a Milano al Circolo Magnolia. Poi più avanti ci sarà un live speciale in una location assurda.

 

Ti senti cambiato da quando hai iniziato questa avventura musicale? Senti Johnny Mox più parte di te oppure meno dipendente dalla tua personalità?

Non credo smetterò mai con Johnny Mox:  Io sono Peter Parker e lavoro al Daily Bugle. Gianluca invece è uno che passa le giornate ad arrampicarsi come un ragno, si sveglia prestissimo e vuol far troppe robe.

 

Io so che tu hai un bellissimo progetto che si chiama Stregoni e che coinvolge vari centri d’accoglienza. Ti va di descrivercelo un pochino?

Stregoni è una band che è nata per capire cosa sta accadendo in Italia nell’ambito del tema delle migrazioni. Suoniamo con gli ospiti dei centri migranti. Negli ultimi due anni con Above the tree siamo stati praticamente ovunque in Italia e poi abbiamo avuto la fortuna di intraprendere un viaggio che ci ha portato a Parigi, Bruxelles, Amsterdam, Amburgo, Copenhagen e Malmö. Questo viaggio è diventato un film.

Per scelta non abbiamo una formazione stabile, suoniamo sempre con ragazzi del posto e in ogni città ricostruiamo una band diversa.

Da quando il progetto è partito abbiamo suonato con quasi 4000 persone diverse, tutte richiedenti asilo provenienti da Mali, Nigeria, Etiopia, Gambia, Senegal, Siria, Niger, Iraq, Afghanistan, Costa d’Avorio, Sierra Leone, Sudan, Eritrea, Benin, Libano, Pakistan, Palestina. Non ci occupiamo di ciò che succede in mare o ai confini: abbiamo cercato di andare a vedere cosa stesse succedendo concretamente nelle nostre città.

 

Come hai dato vita a Stregoni e come si sta evolvendo?

Per me si è rivelata un’esperienza umana senza precedenti. Ho avuto la fortuna di conoscere così tante persone, di toccare con mano da vicino la potenza di un linguaggio come quello della musica: adesso oltre al documentario faremo un disco e poi l’obiettivo per noi è quello di scomparire definitivamente dal progetto, lasciando ai ragazzi la possibilità di andare avanti da soli. L’idea è quella di creare una rete tra varie città italiane e, perché no, europee, ognuna con i suoi Stregoni, che utilizzano lo stesso metodo, la stessa integrazione tra musicisti e nuovi arrivi. Alla fine quello che succederà è che ci saranno più concerti nello stesso giorno in città diverse.

 

Adesso ti faccio una domanda che rivolgo sempre nelle mie interviste. Che consigli vuoi dare a chi sta iniziando oggi la propria avventura musicale?

Sono l’ultima persona che può dare consigli, ma certo non mi arrendo all’idea di non avere più nulla di cui stupirmi. Stupiscimi amico/a.

Se resta solo il marketing e viene meno l’ambizione artistica la musica che senso ha?

 

Se ti voltassi indietro e guardassi da dove è partito Johnny Mox e dove è arrivato oggi, sceglieresti di nuovo di affrontare questa avventura?

Direi di sì. Questo lo devo molto anche alle persone con cui ho condiviso palco e progetti artistici.

 

Concludiamo con una domanda filosofica. Dicci una cosa che cambieresti nel mondo della musica indie di oggi per renderla migliore.

La gente che ti chiede “a che ora suonate” e poi poco dopo “avete già suonato?”

 

La fine

La fine con Johnny Mox non c’è. Sono convinto al 100% che fra 50 anni se non sarò morto prima, potrò andare a un concerto di Johnny che mi stringerà la mano e passerà un momento malinconico assieme a me ricordando quando eravamo giovani e io lo intervistavo su Piadina Music

Comunque adesso ti saluto, vado a prendere una birra ghiacciata e mi metto sul terrazzo a godermi gli ultimi raggi di sole estivo. Ovviamente intanto ascolterò Destroy Everything, ultimo singolo di Johnny. Dato che non mi piace fare le cose da solo ti linko qui sotto il video da YouTube, tienimi compagnia e premi play. Noi ci vediamo lunedì!

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