Ecco, quest’anno non sono riuscito ad andare al Primavera Sound (te l’avevo già detto qui). Un po’ perché stava diventando troppo un’abitudine (e io voglio che rimanga un’emozione), un po’ perché non avrei visto nessun headliner e un po’ anche perché sono sommerso dal lavoro.

Ma Piadina Music è come la gramigna. Molto, molto difficile da estirpare. Così ho surfato il mio Facebook e ho scoperto che il buon Simone Ferrara (che abbiamo già incontrato in questo articolone) sarebbe stato presente. Quindi ho preso il telefono e l’ho stressato finché stremato ha deciso di scrivermi un resoconto di quella che è stata la sua esperienza festivaliera… Festivalesca… Festitica… Va beh, qui di seguito c’è il Primavera Sound 2019 secondo gli occhi di Simone Ferrara di Stereo:Fonica e di Lalli che assieme a lui si è goduta 3 giorni carichi di musica figa! Quindi adesso basta ciarle, lasciamo che a descriverci il festival sia Simone.

 

Primavera Sound 2019, Park del Forum, 30 maggio – 1 giugno.

Quest’anno il festival mette le mani avanti con un’esplicita dichiarazione d’intenti: “The New Normal”, un nuovo livello probabilmente da palesare, una nuova “rotta” da seguire e indicare. Il ché ha voluto dire una line up più pop,  con più contaminazione e dalle nuove sonorità. Un ingresso a gamba tesa nell’ideale classico del festival (da un passato indie rock fatto anche da headliner importanti e reunion a tutti i costi) in una nuova “forma”, accontentando, questo è chiaro, tutta una fetta giovane, nell’esaudire richieste e ultime tendenze.

Ma le proposte per accontentare anche i più grandi non sono mancate, come sempre, su tanti fronti, dall’elettronica alle chitarre, dall’hip hop all’avanguardia, e molto altro.

E a parte il discorso musicale il Primavera Sound, a scanso di equivoci, è e rimane uno dei migliori festival per vivibilità e armonia, nel quale si ritrova un piacere sempre rinnovato di stare bene, magari anche per una birra nell’area ristoro, a guardare una “fauna” di tutte le età, accomunata non solo dalla musica, ma dall’esprimere se stessi. Liberi e senza pregiudizi. Non è cosa da poco. Partiamo!

 

Day One – Giovedì

Giovedì, prima serata. Arrivati al festival un po’ lunghini in questa nostra 6ª edizione, iniziamo subito dalla nuova icona statunitense indie rock “alla vecchia”: Courtney Barnett, carisma da vendere e approccio ormai già consolidato con i suoi fan. In trio presenta un live con i classici stilemi (indie) rock che in passato potevano appartenere a delle Sleater-Kinney per dire, o ad un’altra Courtney che però di cognome fa Love. Voto 8.

Passiamo agli Interpol, sempre granitici e compatti con il loro sound severo e adulto al tempo stesso. Visti di recente a luglio scorso all’Hyde Park di Londra prima dei Cure. Il frontman Paul Banks, mantiene la conduzione oggi in maniera solida e sicura. Agli estimatori del genere post punk wave sicuramente possono essere piaciuti. Voto 7.

Ci spostiamo al Ray-Ban per l’inizio del live dei Dirty Projectors. Dave Longstreth è voluto andare in tante direzioni negli ultimi dischi, ma il suo approccio di matrice art rock oggi lo vede a fianco anche di calde voci soul femminili, per un live bello ma non super incisivo alla fin fine come si vorrebbe. Voto 7 e mezzo.

Sicuramente la botta grossa nella prima serata è arrivata sul finale dai Comet Is Coming, dentro uno stipatissimo stage al chiuso (mi domando il senso di questi stage piccoli al chiuso, ma va beh). La band di Londra emette un’anfetaminico jazz rock psych tirato al massimo dal sax e dal ritmo incalzante. Davvero una gran bella botta, selvaggia, a tratti anche di matrice techno. Voto 7/8.

 

Day Two – Venerdì

Passiamo a venerdì. Arrivati andiamo subito davanti al live dei Sons Of Kemet, in versione XL cioè con 4 batterie! Potrebbe subito partire qui un bel paragone con i Comet la sera prima: due band simili nel genere ma se i primi puntano a un’impatto più elettronico, con i Sons si parla di ritmo meno dritto e più articolato, con i soli fiati davanti a creare melodie free jazz ecc… Superlativi! Voto 8/9.

Foto live dei BEAK> al Primavera Sound di Simone Ferrara

Foto live dei BEAK> al Primavera Sound di Simone Ferrara

Andiamo dai BEAK> al Primavera Stage. Geoff Barrow, il loro batterista, nonché membro storico dei Portishead, ha definitivamente messo in piedi il live perfetto per loro: un suono pieno, corposo, con tanti rimandi e riferimenti. Dentro si possono ascoltare sia i Joy Division che John Carpenter, come se il kraut rock avesse trovato l’equilibrio perfetto con il post punk. Uno dei (o forse IL) live più intensi e belli di questo Primavera Sound per il sottoscritto. Voto 10.

Andiamo dai Fucked Up, sempre una macchina da guerra in fatto hardcore, con incursioni nel pop ma di matrice heavy, il loro frontman è sempre una bella cosa vederlo in azione. Voto 7.

Ci si sposta a quello che a detta di molti è stato il vero trionfo live di questa edizione “New Normal”: Janelle Monáe. Palco faraonico, quasi si doveva scovare l’artista, lì dietro alle sue ballerine, al suo trono, ai costumi di scena, per questo gigantesco show, dalle mille atmosfere e vivacità. Ma non si fraintenda: la Monáe ha dimostrato di essere tra le BIG nel suo genere e il suo live ne è la conseguenza diretta. Un finale che dire intenso ed esplosivo è poco, un carnevale della cultura black in piena regola. Lei è senza dubbio tra le regine di questa edizione. Voto 9.

Si va quindi da Robyn, come per la Monáe main stage sul palco più grande. Robyn se la gioca diversamente con un’immagine eterea ed essenziale: un velo gigante scende sopra lei e la sua band, spostato da un soffio di vento leggero, semplice ma dal grande effetto. Anche lei dimostra di essere un’esperta di palchi così, e la cassa dritta inizia a farsi sentire sulle sue melodie dream pop, perturbante e avvolgente, fino al singolo “Dancing On My Own” un inno electro pop degli anni zero tra i più belli. Voto 8.

 

Day Three – Sabato

Si arriva infine all’ultimo giorno del festival, sabato, con un’appuntamento imprescindibile per la “vecchia guardia”: il live dei Built To Spill performs “Keep It Like a Secret” ovvero il loro manifesto indie rock. Un’ottimo avvio di giornata, tra una prima birretta, sole, atmosfera rilassata e chitarre indie post rock classicamente anni 90/00. Voto 7/8.

Passiamo al live di Frank Carter & The Rattlesnakes. Impatto altissimo scenico, basta dire che in 5 minuti il frontman, ex Gallows, era già in piedi sul pubblico a cantare e nel 10 minuti successivi lui e il suo chitarrista in mezzo al pubblico a esaltare la folla. Missione riuscita, finalmente si salta e si poga un po’. Peccato che dal punto di vista musicale risulti una proposta punk rock molto giovanile, sarà la voce e l’età media. Comunque, non male. Voto 7.

Andiamo da chi invece sa il fatto suo ovvero dai padroni di casa: gli Shellac, da sempre il nome fisso del Primavera Sound. Albini & Co. non cambiano di una virgola da sempre e… chi la dura la vince! Come sempre devastanti. Voto 8.

Entriamo in modalità experimental con i live di Susanne Ciani e Dj Marcelle, entrambi al chiuso. La prima tra le eroine della modular drone music, eleva una partizione alla Blade Runner davvero gigantesca. Voto 8.

Dj Marcelle invece con il suo dj set a 3 vinili crea il momento club della serata: techno accartocciata con incursioni afro e brasiliane… divertimento assicurato. Voto 8.

Drab Majesty li abbandoniamo dopo poco (diciamo un po’ troppo dark. Abbandono sinistro il loro live, voto 5) e andiamo dai Primal Scream. Bobby ci butta una Accelerator a infiammare l’inizio live ma un susseguirsi di esecuzioni molto dance rock, tolto i classici da Screamadelica, non ci ha entusiasmanti. Voto 6/7.

Scatto degli Stereolab live al Primavera Sound 2019

Gli Stereolab live al Primavera Sound 2019

Andiamo in anticipo a prendere posto al live per il quale ci siamo spinti al Primavera Sound quest’anno: la reunion degli Stereolab! L’ingresso di Laetitia Sadier e Tim Gane trasmette subito una grande emozione. Arriva French Disco al secondo pezzo e si scatena l’apoteosi. L’ora a disposizione passa purtroppo in fretta (una reunion che meritava più tempo) e dopo i loro grandi classici il finale, un’estensione di New Ortophony manda per 7 minuti in trance kraut psichedelica totale. E qui viene fuori la vera anima del gruppo che amiamo. Un finale unico, tra i momenti più devastanti del festival (New Normal a parte) Voto 9/10.

Roisin Murphy (ex Moloko) altra donna sul nostro podio pop del festival. Anche lei come Robyn sceglie di far ballare con la cassa in evidenza e fa bene. Una frontman pazzesca, cambio di abiti in diretta e sfrontatezza da vendere. Ma si può permettere tutto, con una voce che ha segnato i 90 l’indice di gradimento è alto. Voto 8.

Concludiamo il festival con il live dei Modeselektor. Sfiniti li ammiriamo dagli spalti del Ray-Ban. Forse meglio essere sotto di loro per poter apprezzare il loro show, ma ad ogni modo li ho trovati abbastanza artefatti senza una grande anima. Voto 6.

Finisce così quest’edizione del Primavera Sound per noi. Abbiamo seguito un nostro percorso forse poco New Normal e più classic old Primavera Sound, anche perché ribadiamo quest’anno il salto tra proposte più rock e performance iconiche è stato elevato. Sarà questa la strada che il PS seguirà? Non lo sappiamo ma visto che son stati già annunciati per il 2020 a Barcellona i Pavement non ci giureremmo! Dal Primavera Sound è tutto, al prossimo anno!

 

Simone Ferrara (Stereo:Fonica)


MI RACCOMANDO! NON PERDERE LA PROSSIMA PUNTATA DI PIADINA MUSIC!

Ascoltami tutti i giovedì sera dalle 20.00 alle 21.00 sul sito di Radio Web Sonora.

Oppure seguimi su Spreaker per trovare tutti gli episodi, clicca qua, dai su!

Hai perso l’ultima puntata? Ascoltala direttamente qui sotto! 👇👇👇
Ascolta “Piadina Music” su Spreaker.