Una decina di giorni fa, sono stato ad ascoltarmi il concerto di Tash Sultana (artista di cui ti ho parlato qui) al Fabrique di Milano.

Se questa frase appena letta ti sembra senza troppo entusiasmo è perché non lo è…

Prima di buttarsi però alle conclusioni, siediti sulle mie ginocchia e ascolta la mia solita storiella.

 

La storia

Faceva ancora caldo a Monza il 29 di settembre. Ovviamente io mi ero vestito un sacco e quindi stavo camminando per strada con giacca e felpa sul braccio destro che lentamente si stava squagliando.

Io, Claudia e Giada (una delle sorelle di Claudia) ci sediamo in un locale qualsiasi a fare un aperitivo qualsiasi in attesa di prendere coraggio e buttarci nella mischia del traffico serale milanese e nel traffico serale dell’entrata del Fabrique.

Abbiamo deciso di fare aperitivo a Monza ricordandoci la tristissima cena al bar di fronte al Fabrique fatta quando siamo andati ad ascoltare i Phoenix.

Finito l’aperitivo saltiamo sul mio Generale Lee alla Bo & Luke e ci buttiamo sull’asfalto come se fossimo nella contea di Hazzard.

 

La transumanza

Il tragitto fino al Fabrique più che sembrare un’inseguimento per le strade di Hazzard è sembrata una transumanza. Come al solito il traffico sulla tangenziale milanese fa venire voglia di rannicchiarsi in posizione fetale. Comunque riusciamo a raggiungere la nostra meta con ancora tutte e quattro le ruote della mia auto. Forse uno dei record da segnare da qualche parte. Parcheggiamo pagando i soliti 5€ e va beh…

 

L’entrata

Già all’entrata qualcosa mi dice che la serata non sarà una di quelle in cui mi caricherò a balestra.

Non c’è fila alcuna e in poco tempo mostro il mio fan ticket al buttafuori alla porta che mi fa entrare.

Subito dentro trovo altre due signore alla sinistra di un tavolo posto in verticale di fronte alla porta che ho appena varcato.

Una delle due donne mi chiama con poco garbo: “Tu! Vieni qua!”

Io mi dirigo di fronte al tavolo, immaginando di dover parlare con lei avendo appunto la superficie piana fra noi due. Invece di rimando ricevo un’altra risposta secca e sgarbata: “Dove vai? Vieni qua, qua!” e mi fa segno di andare dietro al tavolo, non davanti. Devo andare esattamente dove sta lei.

Inizia a tastarmi le tasche anteriori dei pantaloni (non ho zaini con me). Immediatamente arriva la domanda secca: “cos’hai in tasca?”

“Tappi per le orecchie, chiavi dell’auto e cellulare.”

Sì, sono uno di quelli che va ai concerti con i tappi per le orecchie, ma dato che per lavoro devo ascoltare davvero una valanga di brani non posso non tutelare il mio apparato uditivo. Evidentemente questa cosa disturba anche la buttafuori del Fabrique che di rimando, sempre in maniera molto aggressiva mi dice: “senti, tira fuori tutto!”

Allora io, un po’ spazientito ma senza perdere le staffe tiro fuori le cose dalle tasche e ripeto: “tappi per le orecchie, chiavi dell’auto e cellulare.”

“Va bene, vai, vai!” queste parole vengono dette con sufficienza e con la solita maleducazione.

All’ennesimo sgarbo non sono riuscito a trattenermi. Mentre passo la guardo e le dico: “sì, ma stai calma.” Poi procedo.

Per me era finito tutto lì. Mi dirigo verso l’ennesimo buttafuori che deve strapparmi il biglietto per entrare. Lui fa per prendere il biglietto dalle mie mani, poi guarda dietro di me, si ferma e mi fa gesto di voltarmi.

Dietro di me c’era di nuovo la donna che mi ha “perquisito”. Sempre più aggressiva e incazzata.

“Vuoi guardarti il concerto da fuori? Vuoi uscire subito?” mi sbraita in faccia.

“Perché scusa, cosa ho fatto?”

“Perché sono io che decido se entri o meno. Dimmi, vuoi vedere tutto da fuori? Sappi che sono della Polizia e ti posso buttare fuori!”

Dato che dubitavo fortemente che questa persona fosse della Polizia e che avevo persone che stavano assistendo alla scena ho deciso di controbattere, perché alla fine a me di prendere delle inculate e di fare l’agnellino non è mai piaciuto.

A quel punto ero davvero disposto a non assistere al concerto pur di difendermi. Ero disposto a farmi buttare fuori.

Così ho semplicemente domandato: “Senti, se sei della Polizia, identificati e fammi vedere il distintivo! Perché io non ho fatto proprio niente!”

E dato che il mio tono questa volta era passato un po’ dal pacato all’incazzoso andante la situazione è cambiata.

La tipa che stava tornando al suo posto ha iniziato a brontolare e un altro bouncer (non so quanti cazzo ce ne fossero all’entrata, nemmeno fossimo nel Bronx) mi ha chiesto pacatamente di non continuare e non attaccare briga. Ero io quello che attaccava briga. Va beh.

Alla fine dopo tutto sto ridicolo pippone e tutti questi grandi bicipiti flessi per impressionare, mi hanno fatto entrare.

 

Il concerto

Il mood con cui ho iniziato a guardare il concerto ovviamente era negativo. Ho guardato la band di spalla, i Pierce Brothers e non sono riuscito ad emozionarmi.

I Pierce Brothers sono un paio di ragazzoni australiani di discrete dimensioni e suonano in duo. Uno dei due si occupa solo di cantare e suonare la chitarra, l’altro invece fa davvero troppe cose. Suona la batteria da in piedi, canta, suona il sonaglino, tiene il ritmo con un Egg Shaker, suona il didgeridoo e alle volte teneva anche l’armonica da bocca per fare sì che il fratello potesse suonarla mentre tormentava le corde della chitarra. Ovviamente tutte queste cose non le fa contemporaneamente, ma si vede che durante la performance è in affanno per stare dietro a tutto.

Hanno un sacco di entusiasmo, non c’è che dire, ma non mi hanno emozionato. Grandi schitarrate, batteria non intrigante (e alle volte in ritardo a causa di tutte le cose che faceva chi la suonava) e melodie noiose.

I Pierce Brothers sono bravi artisti, ma a mio personale avviso stavano meglio al Buskers Festival di Ferrara piuttosto che sul palco del Fabrique.

 

L’arrivo di Tash Sultana

Finalmente finiscono e arriva Tash Sultana.

Il cambio palco è stato veloce e indolore.

Il mio umore sale ma nella mischia la situazione si fa complicata. Non sono troppo avanti e vedo poco. E non sono nemmeno troppo indietro per avere spazio vitale. Sono esattamente nel mezzo della ressa con zero benefici.

Tash Sultana inizia a suonare e intreccia improvvisazioni a brani di Notion (il primo album) e Flow State (il secondo album).

Io sono molto più affine alle sonorità che Tash Sultana aveva sviluppato in Notion, il primo lavoro. Quindi tanti bassi, voce un po’ flautata, riverbero, chitarra pulita e atmosfere che accarezzano il Buddhismo e la musica ambient.

Flow State invece è totalmente diverso. Flow State infatti è molto, ma molto più chitarroso. In quasi ogni brano (se non in ogni brano) c’è un amplificatore da chitarra con il potenziometro del gain costantemente rivolto verso il 10, zero bassi che introducono assoli interminabili.

Tutta la magia in Flow State è sparita.

E così era sotto al palco. Quando suonava Gemini o altri brani di Notion si sentiva l’atmosfera calda, si sentiva il sentimento, la forza di quelle note. Poi arrivava Flow State e tutto crollava.

Così come raccontai più tardi a Silvia Sicks (alias Tunonna), assistere al concerto di Tash Sultana è stato un po’ come quando fai la doccia ma non riesci a regolare l’acqua e un po’ di scotti e un po’ hai freddo. (Questa è stata poi definita da Silvia una delle migliori metafore musicali del mondo).

 

La fine

Verso tre quarti del concerto ho deciso assieme a Claudia di lasciare la ressa del centro e raggiungere Giada verso l’entrata del locale in cui c’era più spazio.

Sono andato al bar e ho pagato una bottiglietta d’acqua da mezzo litro la bellezza di 3€ (all’aeroporto costa meno e anche al Brooklyn Steel di New York costa meno…) e da lì ho ballato Jungle.

Finito quel brano ho lasciato il locale. Tash Sultana stava ancora suonando.

La serata l’abbiamo finita all’Osteria Milano mangiando bene e godendoci la fine di una serata stramba.

Immagino che non possa andare sempre per il meglio anche ai concerti, no?


Foto di copertina Dara Munnis