Ricordo che un giorno ero serenamente seduto dietro la mia scrivania a lavorare e avevo le cuffie in testa (e quando mai…)

Ricordo anche che mi arrivò una notifica di Messenger. Pensando che fosse qualche cliente che aveva bisogno, aprii la chat. Era il bot dei 4inaroom Records che voleva molestarmi. Chissà da chi avranno imparato…

Comunque, decisi di farmi molestare e seguii tutta la procedura. Il bot voleva parlarmi di una band che non avevo mai sentito. Si chiamavano Tubax. Lessi tutto con interesse e alla fine mi venne proposto un video di YouTube. Io sono sempre stato uno coraggioso, quindi senza perdere tempo cliccai sul link.

Arrivai su YouTube e dalle mie cuffie partirono subito dei laser che attraversarono le mie orecchie e iniziarono a trapanarmi il cervello! Il pezzo che stavo ascoltando era davvero un mix di groove di basso prepotenti e synth con suoni davvero taglienti.

Nei giorni successivi mi sono ascoltato i lavori dei Tubax e ho deciso che volevo averli qui su Piadina Music. Così sono risalito a Giacomo Schirru (il bassista) e senza lasciargli il tempo di capire, gli ho propinato le mie domande.

Anche Giacomo è un ragazzo coraggioso e mi ha risposto. Quindi è con piacere che oggi ti propongo l’intervista ai Tubax. Daje!

 

L’intervista

Com’è nata l’idea di creare i Tubax?

Suoniamo insieme dai tempi del Liceo, ma allora facevamo un altro tipo di musica; il progetto Tubax è nato per necessità, quando ciò che facevamo ha iniziato a starci stretto e sentivamo il bisogno di esprimerci con un altro linguaggio musicale.

 

In due anni avete fatto una cosa tipo 60 concerti in giro per gli Stati Uniti. Cosa si prova? È molto diversa l’atmosfera rispetto ai tour europei?

Il tour negli Stati Uniti è stato probabilmente una delle esperienze più belle della nostra vita! Per prima cosa è stata una gavetta eccezionale: è capitato che suonassimo anche due volte al giorno e chi suona sa che il feeling di un gruppo si crea soprattutto nei live.

Il pubblico americano è abituato ad ascoltare qualsiasi genere, la loro cultura musicale è completamente diversa e le loro case sono piene di strumenti musicali.

In generale quello che suoniamo piace abbastanza fuori dall’Italia, ma suonare negli States rimarrà un’esperienza eccezionale!

 

A quanto pare avete un ottimo seguito in Russia. Come vi hanno scoperto? E come lo avete scoperto voi?

Abbiamo scoperto che in Russia amano alla follia gli italiani! Noi ci siamo andati grazie a un amico inglese, Dave Morecroft, fondatore del progetto Match & Fuse, che organizza scambi tra band di diversi paesi europei ed extraeuropei. Grazie a lui abbiamo suonato più volte al Vortex di Londra. Lì ci hanno notato i russi… E in pratica siamo stati selezionati tra svariati gruppi come “rappresentanza” italiana.

 

So che avete in mente un tour, l’ultimo relativo all’album Governo Laser uscito nel 2016. Avete in cantiere qualche nuovo lavoro?

Nei prossimi mesi avremo gli ultimi concerti del tour di Governo Laser, che è stato abbastanza lungo e ci ha dato buoni risultati. Poi ci concentreremo sulla realizzazione del nuovo album, che speriamo di riuscire a presentare dopo l’estate del 2019. Abbiamo già iniziato a scrivere, abbiamo fatto la pre-produzione di una parte dei nuovi brani per capire quale tecnica usare quando saremo in studio. Non voglio anticipare troppo, ma l’idea è quella di mescolare i diversi registri usati tra il primo e il secondo disco. Sia dal punto di vista tecnico e della registrazione, sia dal punto di vista compositivo e sonoro.

Siamo molto carichi perché quello che abbiamo scritto fin’ora ci piace molto.

A breve pubblicheremo le date di fine tour, oltre a quella del 17 novembre al Mikasa (a Bologna).

 

Governo Laser è un mix di incredibili groove di basso e suoni elettronici (che ricordano appunto dei laser). Questo sembra confermare un trend iniziato con il vostro primo lavoro Il Mondo Stava Finendo. Vi siete evoluti in questo periodo oppure il prossimo album sarà in linea con i suoni che i vostri ascoltatori si sono abituati ad ascoltare?

Il nuovo disco sarà entrambe le cose! Il fatto che un gruppo si evolva negli anni e ricerchi sempre una forma espressiva che sia al passo coi suoi tempi e con ciò che lo circonda non è una cosa così ovvia come a volte si tende a pensare. Per noi è importante sperimentare e scoprire se quello che piace a noi piace anche a chi ci ascolta. Ma ci teniamo molto a mantenere i nostri “marchi di fabbrica”, il sound che ci caratterizza!

 

C’è un concerto nella vostra carriera che vi è rimasto nel cuore per qualche ragione?

Il concerto a Krasnodar, in Russia e penso di parlare a nome di tutti. Non mi scorderò mai quando ho alzato gli occhi e ho visto l’intero teatro (era un festival jazz…)  in piedi a ballare! A fine concerto abbiamo firmato autografi per più di un’ora ad adulti, bambini, anziani, fatto foto ricordo… È stato pazzesco.

 

La fine

La frase che mi ha colpito di più è quella in cui Giacomo dice che il fatto che un gruppo si evolva negli anni non è una cosa così ovvia. Sono molto d’accordo con lui su questo punto, molto spesso non ci si evolve per pigrizia o per non uscire dalla propria comfort zone, ma i Tubax non sono così. Promettono di continuare ad essere coraggiosi e sperimentare sempre, ma lasciando la firma del loro sound.

Quindi cari Tubax, a tutto gas! Attendo con impazienza il vostro prossimo lavoro. Intanto oltre all’intervista, voglio anche fondervi il cervello con Chicagoan!

Noi ci vediamo lunedì. Tu ricordati di iscriverti al mio bot (che è più impertinente di quello di 4inaroom Records) così potrai rimanere sempre aggiornatissimo sui trend della musica che conta! CIAO!

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Se ti sei perso l’articolo di lunedì sui Daughter lo trovi qui!