Un lungo viaggio

C’è una cosa che ho sempre voluto fare e in cui ho sempre fallito. Questa cosa è scrivere un libro completo. Ho inventato un sacco di storie e ho la casa piena di incipit di libri, ma non sono mai riuscito a terminarne uno.

Ho scritto un racconto mediamente lungo di cui sono ancora fiero, ma non sono mai riuscito ad arricchirlo al punto da renderlo un libro completo.

Ho scritto l’ossatura della storia per un romanzo nel giro di meno di 4 ore. L’ho fatto su un tovagliolo al Primavera Sound del 2018. Il giorno dopo la storia mi aveva già stufato e non l’ho sviluppata.

Oggi dal niente mi è venuta fuori un’altra storia e per fare sì che non diventi un altro fallimento ho deciso di pubblicarla a bruciapelo.

L’obiettivo è quello di pubblicare questa storia e tentare di terminarla poco prima di Natale 2019. Non so se ce la farò, in primis perché non so dove mi porterà questa storia perché non l’ho studiata e non l’ho sviluppata. Qualsiasi scrittore professionista dopo questa frase probabilmente mi tirerebbe una ciabattata, però io non sono uno scrittore professionista. Ho solo bisogno di raccontare una storia che magari finirà o magari rimarrà appesa in internet a testimoniare la mia incapacità di scrivere libri.

Non ti presenterò questo libro nel dettaglio perché non lo conosco. Non ho studiato i personaggi e non so quanti ce ne saranno alla fine. Per ora di personaggio fisso c’è Joe Sacco che sembra essere un fricchettone della vecchia guardia, a quanto pare poco rispettoso della società e con le palle rotte.

Questa storia si chiama Un lungo viaggio perché effettivamente è un viaggio nel tempo che ci accompagnerà da agosto a dicembre. È un lungo viaggio quello che farà il personaggio principale ed è anche un lungo viaggio dentro alla mia mente bacata.

Il tutto ovviamente sarà condito da buona musica perché in fin dei conti qui siamo su Piadina Music e io sono pur sempre Carlo Piadina, il tuo Disk Jokey dell’amore! WAAAAA!

Da qui inizia la Battaglia a puntate che ti avevo promesso tanto tempo fa.

Spero ti diverta leggerla, ma soprattutto spero di avere le forze per scriverla tutta.

 

Capitolo 1

Il risveglio

In quei giorni faceva caldissimo, per questa ragione Joe aveva dormito sdraiato sulla cappotta del suo van.

I pro erano che aveva potuto godere della brezza notturna che il vento termico regalava al campeggio vicino al mare in cui era finito quasi per caso la sera prima. I contro invece erano che alle 6 della mattina era già praticamente giorno fatto e che il materassino gonfiabile che aveva utilizzato non era il massimo della comodità.

Ancora ubriaco di sonno si alzò in piedi, si stiracchiò, tolse il tappo dal materassino e scese a terra.

Apri la portiera laterale del suo ducato bianco del 1990 si buttò dentro e la richiuse. Prima di riprendere sonno sul letto fai da te che si era costruito da solo, pensò quanto erano infattibili tutti quei film in cui uno scalcinato musicista decideva di partire per l’infinito a bordo di un Volkswagen Transporter T1 (meglio noto come Combie). Quei van costavano ben oltre i 15.000€ ed era già grasso che colava se lui era riuscito ad aggiudicarsi un lercio Ducato contrattando con un vecchio taccagno.

A un certo punto sentì un rumore secco. Sembrava quasi un sasso su un finestrino. Proprio nel momento in cui pensava di averlo sognato, il rumore si ripresentò.

Guardò il suo Flik Flak da bambino che portava al polso da 25 anni. Segnava le 10.30 quindi aveva dormito altre 4 ore e mezza. La cosa brutta era che aveva circa 15 minuti per sgombrare dalla piazzola che aveva prenotato solo per una notte.

Per la terza volta sentì una botta sul finestrino del portellone laterale del suo Ducato.

Aprì la porta e questa volta il sasso lo colpì in fronte. Era un sasso di discrete dimensioni e il fatto che lo avesse colpito esattamente in fronte gli fece girare le palle appena sveglio.

Alzò gli occhi per capire chi stava tirando sassi contro Peppone (così Joe aveva chiamato il suo Ducato). Di fronte a lui c’erano tre ragazzini dai 9 agli 11 anni e una bambinetta di circa 6 anni.

Bambino 1: “CIAO!”

Joe: “Ciao. Cosa vuoi?”

Joe parlò sbiascicando perché alla fine sulla cappotta si era scolato un paio di birre e quello che rimaneva di una bottiglia di Cynar. Col senno di poi il Cynar era stata una scelta curiosa già dal momento in cui lo aveva comprato al supermercato.

Bambino 1: “È VERO CHE SEI UN DROGATO?”

Joe: “No”

Bambino 1: “MIO PAPÀ DICE CHE SEI UN DROGATO”

Mentre Joe conversava svogliatamente con quello che sembrava il leader della baby gang e che lui aveva soprannominato “Bambino 1”, era sceso dal van, aveva tirato giù dalla cappotta il materassino che ora era completamente sgonfio e lo stava arrotolando sul terreno.

Joe: “Tuo papà probabilmente non l’ha mai visto un drogato”

Bambino 1: “MIO PAPÀ NON DICE MAI LE BUGIE”

Joe: “Che lavoro fa tuo papà?”

Bambino 1: “L’AVVOCATO”

Joe sorrise. Prese il materassino debitamente arrotolato e lo sassò dentro al van dopo averlo legato con uno spago in modo che non si srotolasse. Tirò con forza il portellone di Peppone che comunque si chiuse in malo modo. Gli diede una spallata e si pentì immediatamente di averlo fatto perché un dolore straziante gli percorse tutta la spalla destra fino alla base del collo e a metà della schiena.

Bambino 1: “PERCHÉ INDOSSI LE INFRADITO?”

Joe: “Perché fa caldo”

Joe finì di far su una sigaretta che chiuse a bandiera e accese.

Bambino 1: “NON SI FUMA QUANDO CI SONO DEI BAMBINI VICINO, NON LO SAI?”

Joe: “Allora andate via, no? E poi per quale ragione urli?”

Bambino 1: “L’ALTRO IERI HO FATTO IL BAGNO E MI SI SONO RIEMPITE LE ORECCHIE DI ACQUA. QUINDI MI È VENUTA UN’OTITE E ADESSO HO LE GOCCE CON IL BAMBAGIO QUINDI NON CI SENTO. LA DROGA LA VENDI ANCHE? PERCHÉ MIO PAPÀ PUÒ METTERTI IN GALERA”

Joe: “Non mi drogo e non vendo droga. Adesso spostati altrimenti ti passo sopra con il furgone”

Bambino 1: “NON AVRESTI IL CORAGGIO DI FARLO. SI VEDE CHE SEI UN CODARDO!”

Nessun rispetto

Mentre Bambino 1 continuava a parlare Joe era salito sui sedili davanti e aveva tirato giù i due finestrini anteriori con le manovelle. Si sistemò al posto di guida e mise le mani sul volante. Davanti a lui c’erano i quattro bambini in fila come se fossero birilli e lui quella mattina si sentiva nel profondo come una palla da bowling.

Accese Peppone e sgasò a fondo per fare sì che il motore prendesse aria e rimanesse acceso. Contemporaneamente dalla marmitta uscì un denso fumo nero che finì tutto sulla tovaglia bianca accuratamente stesa dalla vicina nella piazzola dietro alla sua.

Alla seconda sgasata tutti e quattro i bambini erano fuggiti. Per contro stava andando verso di lui un uomo abbastanza incazzato che verosimilmente era Padre 1, ovvero il papà del famigerato Bambino 1.

Peppone era vecchio e scassato, ma era un fedele veicolo. Alla terza accelerazione di Joe infatti partì senza batter ciglio e con una ripresa degna dei vecchi tempi.

Joe curvò a sinistra dirigendosi verso la reception e nel farlo le tre bottiglie di vetro sulla cappotta caddero addosso a Padre 1 sporcandogli la costosa camicia hawaiana ma evitando così che si frantumassero sull’asfalto.

Joe sorrise per la seconda volta quella mattina. Alla fine Padre 1 era stato utile a qualcosa. Joe lanciò un preservativo dal finestrino e urlò: “La prossima volta usalo, amico. Di figli stronzi ne hai già fatti troppi!”

La partenza

Arrivato alla sbarra dell’uscita dal campeggio Peppone, o meglio Joe, inchiodò bruscamente. Tutta la polvere del viale gli arrivò fin dentro ai finestrini. Joe scese facendo un colpo di tosse, un po’ per via del fumo della sua sigaretta e un po’ per via della polvere.

Si avvicinò alla reception. Dall’altra parte c’era un bruto francese con barba incolta scurissima, baffi anni ’70, una canottiera bianca che lasciava all’aria tutti i peli del petto e delle spalle. Il resto del receptionist non lo vedeva perché era nascosto dal bancone.

Joe si appoggiò al ripiano e l’impiegato parlò prima di lui.

Receptionist: “Salut”

Joe: “Ciao. Guarda, scusa, ma non parlo francese”

Receptionsit: “Pas de problemes. Parlo italianò”

Ovviamente il receptionist aveva una erre moscia incredibile e sbagliava la posizione degli accenti. Joe non aveva mai sopportato i difetti di pronuncia.

Receptionist: “Per una notté sono ventih Erò”

Joe: “Venti Euro?”

Receptionist: “Oui. Ventih Erò!”

Joe aprì il suo portafoglio fatto con un sacco di cemento usato. Aveva comprato quel portafoglio nel suo ultimo viaggio in Cambogia. Non è che ci fosse gran ché dentro, però prese la banconota richiesta e la porse al dipendente della struttura.

Receptionist: “Scusa, ma questa banconotà è strhappata e riattaccata con scotch”

Joe: “Me l’hanno data così”

Receptionist: “Non va bené. Dammi altre banconoté s’il te plais”

Joe: “Ne ho una da dieci e una da cinque. Se ti va bene ti do queste al posto di quella da venti. Non ho altri soldi con me” aprì del tutto il portafoglio e lo mostrò al bruto in canottiera unta.

Il receptionist aprì il ricevitore di cassa e mise al suo interno la banconota strappata borbottando qualcosa in francese. Stampò lo scontrino poi parlò più ad alta voce a beneficio di Joe.

Receptionist: “Dovrhai attonder qui un momentò. Non sc’è l’attendente oggi e devo controllare che la piazzola sia a posto”

Joe: “È uno spiazzo di terra battuta, cosa potrei aver messo in disordine o danneggiato?”

Receptionist: “Queste sono le regole monsieur. Attenda qui. Mercì

Joe era sicuro che quel “mercì” così marcato non fosse per niente gentile, così si guardò le unghie. Erano veramente sporche e lunghe…

Il receptionist uscì dal suo ufficio e Joe potè verificare che portava un paio di pantaloni corti sopra al ginocchio e due Birkenstock ai piedi. Il francese prese una Graziella arancione, ci salì sopra e si diresse verso la piazzola dove aveva alloggiato Joe quella notte.

Sicuramente una volta arrivato il receptionist sarebbe stato travolto dalle lamentele di Padre 1 per le bottiglie di vetro e i cattivi comportamenti verso i bambini. Così Joe, che di quel mondo aveva davvero le tasche piene, si guardò in giro e trovò il pulsante che apriva la sbarra.

Si sporse sul bancone e lo premette. La sbarra si alzò senza lamentarsi. Joe salì sul fido Peppone, mise in moto e uscì dal campeggio. Nel mentre di fronte a lui arrivò una colonna di tre camper super tecnologici. Il primo si fermò accanto a lui e tirò giù il finestrino.

L’anziano autista del transatlantico su ruote e Joe si guardarono per un momento poi l’anziano parlò.

Camperista: “Salve, è questo il campeggio Les Jardins de la Mer?”

Joe: “Certo, c’è scritto anche là”

Joe si sporse da finestrino e indicò l’insegna davanti al camperista.

Camperista: “Grazie mille, sai con l’età non vedo più tanto bene. Cosa devo fare per entrare? Devo pagare subito?”

Joe: “No, no. Il proprietario ha detto che c’è una promozione. La sbarra è aperta da due giorni. Semplicemente entrate e accomodatevi nella piazzola che più preferite. Verranno certamente loro a parlarvi. Sono cortesissimi”

Camperista: “Perfetto. La Francia e i francesi mi sono sempre piaciuti! Grazie mille e buon viaggio”

Joe: “Grazie a voi e buona permanenza!”

Joe ingranò la prima e avanzò. Antibes gli era piaciuta ma si era rotto il cazzo. Doveva proseguire.

Inserì la finta musicassetta con cavetto aux nell’autoradio di Peppone, prese il suo smartphone ammaccato, inserì il cavetto, aprì Spotify e fece partire una delle sue Playlist poi si diresse verso l’autostrada. Sapeva dentro di sé che sarebbe stato davvero un lungo viaggio.


Leggi il capitolo successivo