Un lungo viaggio

Ebbene, incredibilmente a differenza di tanti altri tentativi sono riuscito a raggiungere il capitolo due di questo progetto.

Ti garantisco che già così è grasso che cola abbondante e copioso sui nostri calzini di spugna bianchi contornati di sandali della Geox. (Non ho mai capito dove colasse il grasso che cola del famoso detto, così ho immaginato che fosse dentro al panino di un turista tedesco…)

Quindi, insomma, stai per leggere un grande, grandissimo successo, ovvero il secondo capitolo dell’avventura che sta vivendo Joe Sacco, viaggiatore scorbutico dell’era moderna. Dove sarà diretto questa volta?

Leggi qui sotto e scoprilo!

Sei capitato su questa pagina senza aver letto il primo capitolo? Allora per evitare spoiler importantissimi, ti conviene leggere il primo capitolo di questa avventura che trovi direttamente a QUESTO LINK.

Buona lettura! Io mi sono divertito a scriverla, spero tu ti diverta a leggerla!

 

Un lungo viaggio – Capitolo 2

Ti piacerebbe…

Sì, certo, come no. Lasciare Antibes perché ci si è rotti i coglioni…

Se sei una persona normale è un concetto relativamente facile da tradurre in realtà. Se sei Joe Sacco e possiedi un Ducato bianco del 1990 è un po’ come riuscire a tornare a Itaca se ti chiami Ulisse.

Questi erano i pensieri che affollavano la mente di Joe mentre spingeva Peppone lungo la via con una fatica incredibile.

Mi verranno ventimila cisti nei polsi, due ernie del disco e probabilmente mi romperò tutti i menischi che possiedo.” Pensava Joe. Una cosa che non pensava mai era quella di essere un po’ ipocondriaco

Sulle vie di Antibes comunque Joe era diventato una sorta di scemo del villaggio che intratteneva passanti e turisti contemporaneamente e riusciva in una missione sociale molto difficile. Ovvero far andare d’accordo autoctoni e stranieri. Tutti concordavano sul fatto che Joe fosse uno sfigato e che la cosa migliore da fare, invece di aiutarlo, era deriderlo.

Joe aveva un’ascendente sui bambini, nel senso che gli si appiccicavano addosso anche se lui li odiava con tutto sé stesso.

C’erano bambini che saltellavano tutt’intorno a Peppone con gioia. Qualcuno di loro fingeva di aiutare Joe appoggiando le mani sul retro del furgone e facendo un sacco di smorfie a beneficio di camera dei genitori che scattavano book fotografici come nemmeno Vivian Meier sapeva fare.

Mentre Joe continuava a faticare, si rendeva conto che si era proprio fatto un manipolo di genitori e bambini attorno a lui ed erano tutti turisti medi.

Joe, fra le tante cose che odiava di questa società, in particolare odiava i turisti medi. Perché non hanno nessuna qualità, nessuna coscienza di sé, ma soprattutto perché fanno i video ricordo che durano più di 45 minuti e sono tutti regolarmente senza tagli.

Al loro interno però questi brutti video erano sempre conditi con zoom megagalattici che si fissano su particolari ridicoli, tipo il pollicione del figlio o un occhio solo.

I più beceri fra quelli che componevano questa categoria solitamente per dare un tocco di estro al loro fantastico reportage video, giravano l’inquadratura della telecamera da orizzontale a verticale durante le stesse riprese. Quella era una delle cose che più lo infastidivano, perché poi oltre a doverti sorbire il video pippone, dovevi pure piegare la testa di 90° a destra o a sinistra se lo stavi guardando in Tv e dovevi stare in quella posizione per almeno 4 o 5 minuti prima che il novello Kubrick riportasse il punto di vista in 16:9.

Mentre Joe delirava mentalmente a causa della fatica e del caldo, due gemelli più o meno dell’età di 7 o 8 anni, salirono prima sul paraurti anteriore di Peppone e poi sul suo cofano. Si sedettero comodi, si abbracciarono e il padre, qualche metro davanti a loro, scattò una foto di questo bellissimo momento.

Joe smise di spingere Peppone, guardò il padre in maniera poco amichevole e allargò le braccia come per dire “se non aiuti, almeno non rompere le palle”.

Il padre dei ragazzini sorrise e disse “Sorry” con l’accento più italiano che Joe avesse mai sentito. Quel cretino non poteva essere di nessun’altra nazionalità. Forse si sarebbe potuto credere che fosse spagnolo, ma nel momento in cui invece di sentirsi in colpa, sorrise in faccia a Joe, ancor prima che pronunciasse quel “sorry” all’italiana, lui aveva intuito tutto.

Il turista si rivolgeva a lui in inglese perché Joe non aveva per niente l’aspetto da italiano con i suoi capelli lunghi biondi (e sudici) e gli occhi azzurri. Ovviamente notare che la targa di Peppone era italiana era fuori discussione.

Joe aveva circa 35 anni ma sembrava ne avesse 10 di più. Fumava, beveva e generalmente era affetto da fortissima misantropia. Inoltre, in questo esatto momento, l’unica cosa che lo distingueva da un semplice senzatetto non era tanto l’aspetto, quanto la proprietà di Peppone che gli permetteva di dormire al suo interno.

A un certo punto, stufo di tutte quelle attenzioni, si buttò all’interno di Peppone, tirò il freno a mano e scese sbraitando contro la folla e facendo finta di impugnare un mitra fatto d’aria iniziò a urlare “TA-TA-TA-TA-TA-TA-TA-TA!!!” e questa volta, oltre ai bambini si dileguarono anche i genitori, proprio come era successo poco prima al campeggio mentre sgasava in faccia alla gang di Bambino 1.

Alle volte a Joe sembrava di aver a che fare con delle pecore invece che con degli esseri umani. Per sfogare tutta la rabbia e la fatica continuò a urlare ancora un po’ dopo aver creato il deserto attorno a lui.

A un certo punto, dato che gli parve di essere Elio Germano mentre recita in uno dei suoi film (in cui notoriamente prima o poi si mette sempre ad urlare verso l’infinito a pugni chiusi), decise di smettere.

Si avvicinò a Peppone, prese la mela che teneva sul cruscotto e si mise a mangiarla appoggiato alla fiancata del furgone. In fondo non gli correva dietro nessuno e si era meritato una pausa con tutte le energie che aveva impiegato.

Finita la mela gettò il torsolo sui sedili, chiuse la portiera e poi si incamminò nella direzione in cui prima stava spingendo il van.

Non è che avesse scelto quella direzione perché aveva visto la luce della Stella Cometa o perché gli era stata indicata da qualche entità soprannaturale. Semplicemente aveva aperto Google Maps e aveva cercato “meccanico” e quello più vicino a lui era quello in cui era diretto.

 

Dal meccanico

A piedi, senza il peso di Peppone, Joe riuscì a raggiungere il meccanico in quindici minuti di camminata sostenuta.

Si fermò per un attimo sul piazzale a guardare il capannone, poi si avvicinò e scrutò all’interno dello stabile con una mano sugli occhi.

Spinto dentro al capannone dal caldo e dal sole Joe disse a voce abbastanza alta: “ALLÒ?”

Dovette ripetere la parola ancora un paio di volte prima che un ragazzo abbastanza giovane si affacciasse alla finestrella di una piccola struttura che sembrava sospesa in aria.

Meccanico: “Ciao, sei italiano vero?”

Joe: “Certo, non si vede dal mio aspetto?”

Meccanico: “No, ma si capisce dal tuo accento di merda. Hai bisogno?”

Joe: “Sì, purtroppo sono rimasto in panne a un paio di chilometri da qui…”

Meccanico: “Ok. Questo è un problema perché noi non abbiamo un carro attrezzi.”

Joe: “Figurati…”

Meccanico: “Però ho un cavo di traino. Con cosa sei rimasto a piedi?”

Joe: “Un Ducato del 1990.”

Meccanico: “Una roba da niente. Va beh, dovrei riuscire a trainarlo ugualmente, però dovrai aspettare la pausa pranzo perché sono da solo e non posso lasciare il capannone incustodito.”

Joe: “Ci sono molti ladri ad Antibes?”

Meccanico: “No. Ma ci sono un sacco di italiani che fanno domande acide. Mettiti nella sala d’attesa e aspetta lì.”

Joe: “Ma non stai facendo niente! Non hai nessuna macchina. Poi sono solo le 11.30, dovrei aspettare due ore!”

Meccanico: “Che ne sai che stacco alle 13.30?”

Joe: “Ci sono gli orari esposti fuori…”

Meccanico: “Ah, già. Va bene, dai. Per te posso fare uno strappo, mi stai simpatico.”

Joe: “Meno male. Pensa se ti fossi stato sul cazzo…”

 

Il piacere di essere tamarri

Il meccanico sparì dalla finestrella e uscì da una porticina non troppo distante che dava su una passerella di acciaio. Questa passerella portava a una scala a sua volta di acciaio, che terminava a meno di due metri di distanza dall’ingresso del capannone, luogo in cui in quel momento si trovava in piedi Joe.

Il meccanico fece quel tragitto con una flemma incredibile. Mentre Joe lo aspettava fece una sigaretta e pensò che se gli ateniesi si fossero dovuti affidare a lui al posto di Filippide, la notizia della vittoria di Maratona ad Atene sarebbe arrivata nel corso di un paio di anni invece che un paio di ore…

Il meccanico arrivò di fronte a Joe nell’esatto momento in cui si era messo la sigaretta in bocca e la stava accendendo.

Meccanico: “Scusa ma non si fuma qui dentro.”

Joe fece due passi a ritroso che gli permisero di uscire di circa 15 centimetri dalla soglia del capannone e guardando negli occhi il meccanico si accese la paglia.

Il meccanico scosse la testa.

Meccanico: “Senti, dov’è che sei rimasto in panne?”

Joe: “Qualche chilometro più in giù su questa strada”

Joe alzò il braccio e indicò la direzione con un dito rivolto verso un ipotetico Peppone.

Meccanico: “Va bene, chiudo tutto poi andiamo. Uscirò dal retro. Aspettami qui.”

Joe fece un cenno affermativo col capo e iniziò a passeggiare per il piazzale in cerca di ombra. La trovò sul lato del capannone. Pigramente appoggiò il sedere a una cassa, mise le mani sulla parte superiore e con le braccia si spinse verso l’alto finché non riuscì a sedersi sopra.

Nel fare questo movimento però la brace della sigaretta cadde sui suoi pantaloncini e iniziò immediatamente a fare un buco.

“AHI! CAZZO!” invieì Joe, colpendo la brace col dorso della mano e scaraventandola sul cemento. Si massaggiò il quadricipite per qualche secondo, poi sentì un clacson dal davanti del capannone. Immaginando che fosse il meccanico, scese dalla cassa e si diresse verso il piazzale.

Arrivato davanti fu colto in faccia dal riflesso dalle cromature degli enormi cerchioni del fuoristrada più alto e tamarro che avesse mai visto.

Joe si coprì gli occhi con una mano e si diresse verso la portiera del passeggero. L’aprì e mentre tentava di salire su quello che sembrava quasi un camion invece di un fuoristrada, il meccanico parlò.

Meccanico: “Bel mezzo, eh?”

Joe ancora intento ad arrampicarsi rispose.

Joe: “Sì, sì. Complimenti.”

La sua voce non aveva nessun entusiasmo ma il meccanico non parve accorgersene.

Meccanico: “È un Ford F650 Super Duty!”

Joe: “Fantastico! Senti svolta verso sinistra, il mio Ducato è lungo questa strada.”

Meccanico: “Ok, no problem! L’ho importato direttamente dagli Stati Uniti, sai?”

Joe: “Deve piacerti davvero un sacco…”

Mentre imboccava la strada, il meccanico continuò a parlare.

Meccanico: “Diciamo che già di serie questo è un bel mezzo solido, però gli ho fatto io un paio di modifiche”

Joe: “Immaginavo…”

Il meccanico iniziò a fare la lista di tutte le cose che aveva cambiato. Joe appoggiò la testa al finestrino e guardò fuori.

Prima o poi sarebbe riuscito a lasciare Antibes e partire…

CONTINUA NEL PROSSIMO CAPITOLO…


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