Un lungo viaggio

Rieccoci qui ormai con il nostro settimanale appuntamento (non mi par vero!).

Devo ammettere che mentre ero giù in Calabria i capitoli mi uscivano dalle dita con una facilità incredibile. Forse era anche merito del panorama che avevo fuori dalla finestra in ufficio.

Qui a Ravenna di fronte a me vedo solo un muro bianco e tutte le cose che ci sono ammassate addosso (ci siamo trasferiti da poco).

Sembra quindi che l’ispirazione abbia un pochino rallentato, ma la cosa che mi allieta è che se decido di sedermi al pc e mettermi a scrivere, Joe prende comunque vita in maniera semplice. Le sua azioni mi appaiono nella testa senza fatica, la cosa che fatico ad avere è il tempo libero come quello di cui disponevo in Calabria.

Joe Sacco però mi appassiona tantissimo, come nessun’altro personaggio ha fatto fino ad oggi e questo mi fa essere più che positivo. Sono convinto che io (e spero anche tu) vedrò la fine di questo lungo viaggio che questo soggetto particolare ha deciso di intraprendere (o sta tentando di intraprendere).

Adesso basta pipponi. Ecco qui il terzo capitolo di Un Lungo Viaggio, che una volta terminato renderò anche audiolibro. (Perché a me piace fare le robe solo se sono complicate).

Buona lettura!


Capitolo 3

Al traino!

Il meccanico stava ancora elencando tutte le modifiche effettuate personalmente al suo pick-up super tamarro quando finalmente arrivarono nel punto in cui Joe aveva smollato Peppone.

Meccanico: “È questo il tuo mezzo?”

Joe: “Yep, è proprio lui. Fiat Ducato 1990! Io non l’ho importato dall’America, l’ho trovato già qua…”

Meccanico: “E infatti tu sei in panne e io no. Fammi vedere cos’è successo dai.”

Joe si avvicinò a Peppone, aprì la portiera e conseguentemente tirò la leva del cofano. Il meccanico lo aprì in modo professionale e fece una faccia molto sorpresa.

Meccanico: “Ahi, ahi, ahi, ahi. Non ci siamo proprio. Qui è successo un po’ un casino.”

Joe: “Dai non fare il melodrammatico. Cosa potrai mai aver visto così senza toccare niente.”

Meccanico: “Non c’è bisogno di toccare proprio un bel niente. Il problema è lì che ci guarda in faccia. Praticamente hai fatto fuori tutti quanti i tubi che portano il liquido refrigerante al motore.”

Joe guardava dentro al cofano con l’espressione di una triglia.

Meccanico: “Senti, lo tieni controllato il motore tu?”

Joe: “Mah, così così… comunque io il liquido l’ho messo quando sono partito.”

Meccanico: “Da dove sei partito?”

Joe: “Milano”

Meccanico: “In tangenziale eri già senza liquido a giudicare dalla dimensione dei buchi. Sei arrivato fino qui con il motore che si raffreddava ad aria. Probabilmente l’hai distrutto.”

L’espressione da triglia di Joe divenne più cupa.

Meccanico: “Te lo trascino in officina e poi devo smontarlo e capire se si può riparare o meno. Ti costerà un po’ di soldi.”

Joe: “Un po’ quanto?”

Meccanico: “Un po’…”

Il meccanico sorrise amabilmente verso la faccia da pesce di Joe che non sorrideva per niente. Anzi, era l’esatto contrario di un sorriso.

Joe: “Quanto ci metterai a smontarlo?”

Meccanico: “Almeno, almeno tutto oggi pomeriggio. Sei fortunato che non ho altri lavori urgenti da fare al momento.”

Joe avrebbe voluto ribadirgli che non aveva altri lavori da fare in generale, anche di non urgenti, ma evitò di farlo per fare sì che il conto non lievitasse oltremodo.

Joe: “Ok, dai. Leghiamolo e andiamo.”

Il meccanico aveva già aperto l’altissimo portellone posteriore e si era dovuto arrampicare fino sopra per recuperare il gancio traino che aveva buttato all’interno del cassone del suo veicolo.

A Joe venne da domandare per quale ragione aveva un pick-up così alto. Ogni volta che doveva scaricare qualcosa dal cassone aveva bisogno di una scala o un montacarichi. Nuovamente si morse la lingua pensando al grano che avrebbe dovuto sganciare in più se il meccanico si fosse risentito.

In un attimo il ragazzo legò Peppone al maxi pick-up tamarro.

Meccanico: “Ok, ora bisogna che mi dai una mano guidando il tuo Ducato mentre lo traino.”

Joe: “Immaginavo…”

Infatti, Joe stava già salendo al posto di guida. Si posizionò dietro il voltante e tirò giù il finestrino. In quel momento il meccanico aveva acceso il motore del suo bolide e diligentemente aveva dato una sgasata.

La cabina di Peppone si riempì di gas di scarico. Sembrava quasi che qualsiasi tipo di sporcizia finisse sempre e comunque dentro quella cabina. Joe era sicuro che se avesse parcheggiato accanto a una lavanderia, probabilmente la proprietaria sarebbe uscita in strada e avrebbe tirato una secchiata di acqua sporca all’interno della cabina di Peppone solo perché era lui. A Joe piaceva sentirsi una vittima a volte.

Il Ford partì con uno strappo.

“EHI STAI ATTENTO!” urlò Joe “Maledetto troglodita!” disse invece più sottovoce.

Meccanico: “Scusa! Non ho fatto apposta. Ora parto di nuovo!”

La seconda partenza fu più delicata e Joe fece finta di guidare proprio come quando da piccolino si sedeva dietro al volante del fuori strada dello zio e fingeva di essere in un film d’azione. Erano passati 25 o 26 anni da quel periodo, ma a lui sembravano due vite completamente separate. Non aveva più nessuna connessione con quel Joe. La vita lo aveva travolto in malo modo e lui non era riuscito a restare in equilibrio.

Per la prima volta dopo qualche tempo gli occhi di Joe si incupirono e si riempirono di odio, ma fu un lampo. Poco dopo stava già tenendo il volante con i piedi nudi mentre si arrotolava l’ennesima sigaretta.

Ovviamente in quell’istante il meccanico frenò a uno stop e Joe, preso alla sprovvista fece cadere la sigaretta, le cartine, il tabacco e gli occhiali da sole che aveva in testa. Riuscì però a recuperare lucidità in tempo, posizionò i piedi sui pedali e inchiodò senza pietà. Peppone si fermò a pochi centimetri dal pick-up. Joe dal parabrezza poteva leggere a chiare lettere la targa del veicolo del meccanico. Quanto cavolo era alto quel paraurti?!

Poco dopo il meccanico ripartì con gentilezza e questa volta Joe rimase vigile alla guida. Non voleva scassare Peppone del tutto, sarebbe stata la fine di tutti i suoi sogni di fuga dalla società.

 

Chi ben comincia…

L’allegra comitiva arrivò al capannone senza ulteriori incidenti. Il meccanico frenò proprio davanti al garage, scese e staccò il gancio traino. Lo avvolse e lo buttò sul cassone del suo mastodontico mezzo di trasporto. Poi andò verso Peppone, aggirò la portiera del posto di guida che era già aperta e si ritrovò di fronte a metà del culo peloso di Joe che era piegato dentro all’abitacolo in cerca di tutte le cose che gli erano cadute quando aveva evitato l’incidente.

Joe: “Eccovi! Maledette cartine! Pensavate di sfuggirmi, eh?”

Joe buttò le cartine sul sedile senza voltarsi, si grattò le chiappe in faccia al meccanico e proseguì la sua ricerca.

Joe: “Adesso, occhiali da sole, a noi! Vi troverò e vi indosserò senza pietà!”

Meccanico: “Senti, scusa, non vorrei interrompere la tua ricerca, ma adesso vado ad aprire la porta del garage, poi avrei bisogno che mi dessi una mano a spingere all’interno il tuo van.”

Joe: “Ok, no problem. AH-HA! Beccati!”

Joe non aveva nemmeno guardato in faccia il meccanico che fece una sorta di sorriso e pensò che questo tizio era veramente strano forte.

Il meccanico si incamminò verso il retro del capannone e sparì alla vista di Joe, che nel mentre si era alzato e stava già leccando la fine della cartina della sigaretta che stava rollando poco prima.

 

La saracinesca del garage si aprì con un gran fracasso e sbatté in cima con troppa energia.

Meccanico: “Cavolo! Devo aver messo troppo olio, ora viaggia da paura. Devo ricordarmi di essere meno energico quando apro qua.”

Joe sbuffò del fumo e lo guardò inespressivo.

Meccanico: “Bene dai, allora io mi metto qui accanto al volante e tu spingi da dietro, ok?”

Joe: “Perché da dietro? Non posso spingere io da qua?”

Meccanico: “No, tu vai dietro perché non sai come posizionare il van sul ponte. E non rompere dai, sto lavorando per te! Lasciami fare”

Joe: “Sarà…”

Joe andò dietro al van e iniziò a spingere come un forsennato.

Meccanico: “Piano, piano! Non siamo mica in una gara! Ecco ci siamo quasi!”

Dopo qualche altra piccola spinta, il buon Peppone era pronto per essere spinto verso il cielo dal ponte idraulico di questo meccanico di Antibes, cittadina che Joe avrebbe volentieri fatto a meno di visitare.

Meccanico: “Bene, io mi metto all’opera. Dammi per favore il tuo numero e il tuo nome così ti chiamo appena ho più notizie. Ok?”

Joe: “Va bene, zio!”

Joe diede il suo nome e il suo numero al meccanico. Sarebbe stato più felice se fosse stata una bella ragazza appollaiata sul bancone di un night club, ma così non era. Si voltò e si diresse verso la strada. Arrivò fino alla fine del piazzale, poi si girò e tornò indietro. Entrò dentro al garage e andò poco dietro al meccanico che aveva già ficcato la testa dentro al vano motore di Peppone.

Joe: “Senti…”

Il meccanico fece un sobbalzo e batté la testa sul cofano aperto sopra di lui. Massaggiandosi il capo si voltò.

Meccanico: “Ancora qui? Che c’è?”

Joe: “Scusa, non è che per caso hai una bici o qualcosa del genere? Stai troppo fuori dalla città e non ho voglia di arrivare a piedi fino in centro.”

Meccanico: “Mmh. Vai a vedere dietro al capannone. Dovrebbe esserci un Ciao bianco. Sappi però che è a secco. Se vuoi usarlo devi pedalare fino al primo distributore e i soldi della benzina devi metterceli tu.”

Il meccanico si voltò e tornò al lavoro.

“Con la puppa che ti regalo i soldi della benza!” pensò Joe, ma si diresse ugualmente dietro al capannone.

 

Rane e catorci

Dietro allo stabilimento c’era un altro mondo. Gomme impilate, cerchioni, blocchi motore arrugginiti e meno arrugginiti, due cassoni della spazzatura e svariate carcasse di auto. Sul cruscotto di una di queste c’era appollaiato un gatto rosso che dormiva al sole come se non avesse un pensiero al mondo.

“Beato te, stupido gatto!” pensò Joe.

Joe aveva sempre sognato di rinascere rana alla fine di questa sua vita da essere umano. Secondo lui essere una rana che se la godeva in uno stagno tutta la vita era una pacchia. Poteva saltare fortissimo e nuotare sott’acqua. Mangiare insetti e farsi gli affari suoi tutto il giorno, in più non avrebbe avuto bisogno di scappare al coperto in caso di pioggia. Decisamente la rana era l’essere che voleva diventare.

Immerso nei suoi pensieri vide il Ciao bianco. Era in realtà poco distante dal superbolide del meccanico, che anche in mezzo a tutti questi rifiuti svettava con arroganza e lucentezza.

Joe sollevò il Ciao e si buttò in sella. Il mezzo cigolò più volte benché il suo “fantino” fosse magro come uno spaghetto.

L’hippie si diede una spinta con i piedi e iniziò a pedalare con fatica…

Nell’ombra del garage il meccanico alzò la testa dal vano motore del Ducato e guardò fuori. Vide questo uomo sui trent’anni, vestito con dei calzoncini beige, una camicia hawaiana arancione logora e delle infradito che dovevano aver fatto la guerra in Vietnam, pedalare a gambe larghe su uno scassatissimo Ciao bianco che cigolava ad ogni spinta.

Joe vide che il meccanico lo guardava, gli fece il segno di vittoria con indice e medio e poi si mise gli occhiali da sole troppo in basso sul naso, obbligandolo ad alzare il mento per poterci guardare attraverso. Voltò la testa alla strada e si immise nella circolazione senza guardare se arrivassero auto da destra o sinistra. Una volta immesso in strada tentò un paio di volte di fare un’impennata con il suo nuovo mezzo, ma non ci riuscì.

Il meccanico scosse la testa e tornò a concentrarsi sul motore del van.

CONTINUA NEL PROSSIMO CAPITOLO…


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