Un Lungo Viaggio

Ok. Sono già 5 settimane che pubblico l’avventura di Joe Sacco. Un mese e mezzo. Incredibile.

Posso quindi ufficialmente affermare che Un Lungo Viaggio è ad oggi il romanzo più lungo che io abbia mai scritto. Chiaro, non è finito… Però proprio come ti dicevo nel primo capitolo di questa battaglia a puntate, ho davvero un sacco di incipit a casa e nessuno è mai uscito dalla forma embrionale che lo caratterizza. Quindi dai, Un Lungo Viaggio è quello che mi sta facendo lavorare di più e questo mi fa piacere.

Detto questo, nel capitolo che ti appresti a leggere le cose inizieranno ad intricarsi un po’ di più e Joe dovrà fare delle scelte importanti. Visto? Non ho spoilerato niente. Però ho deciso di anticipare qualcosina perché mi sto rendendo conto che scrivendo un capitolo “da blog” alla settimana la storia progredisce non troppo velocemente.

In fondo questo romanzo si chiama appunto Un Lungo Viaggio, ma il protagonista deve ancora partire… Ci sarà qualcosa sotto?

Non ti ricordi come hai fatto ad arrivare fino qui?! Allora eccoti tutti i link per le puntate precedenti, fanne buon uso!

Un Lungo Viaggio
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Capitolo 5

A Joe Sacco la sera di Antibes continuava a piacere.

La pancia brontolava di meno grazie al tozzo di pane regalatogli dalla pingue turista e Milo viaggiava a velocità di crociera verso il capannone del meccanico.

Joe se la stava godendo di brutto. L’estate era decisamente la stagione che più gli si addiceva e lui avrebbe fatto di tutto per vivere in un posto in cui quella era l’unica stagione dell’anno.

Mentre si godeva il piacevole venticello causato dalla velocità di Milo, un tarlo continuava a rodergli il cervello. Per quale ragione il meccanico aveva bisogno di lui a quell’ora?

Dal tono della voce sembrava abbastanza alterato. C’era probabilmente dietro qualcosa di serio. Ma per quale ragione aveva chiesto aiuto proprio a lui? Non aveva amici o persone che gli fossero più vicine?

Sicuramente gli avrebbe fatto tutte queste domande una volta arrivato a destinazione, non aveva senso in quel momento continuare a lambiccarsi il cervello in quel modo.

Joe schivò un altro paio di turisti e curvò verso destra, imboccando lo stradone che portava all’officina del meccanico.

Silenzio, assenso.

Pochi minuti dopo, la ruota anteriore di Milo toccò il liscio cemento del piazzale del capannone. Questa volta Joe guardò l’insegna che era enorme e posizionata proprio sopra alla saracinesca da cui era passato per la prima volta quel pomeriggio.

L’insegna era gialla, vecchia e un paio di lettere lampeggiavano, ma il senso si capiva. Il nome era abbastanza banale: “Garage Tony”. Probabilmente il meccanico si chiamava Antonio e questo spiegava come mai parlasse così bene l’italiano. Era italiano lui stesso. Alla fine Antibes non è troppo distante dal confine italiano e si trovavano ancora molti connazionali che avevano deciso di vivere dall’altra parte della frontiera.

Joe parcheggiò Milo dietro al capannone, esattamente dove l’aveva trovato. Sicuramente prima di andare via avrebbe chiesto a Tony di lasciarglielo, ormai ci si era affezionato.

Dietro al capannone era molto buio, però Joe ricordava la disposizione dei vari rottami che riempivano la tenuta del meccanico e riuscì a raggiungere la porta sul retro con facilità. Stranamente la porta era già aperta e all’interno tutte le luci erano spente a parte un piccolo neon nell’ufficio che sembrava sospeso in aria.

Joe entrò senza chiedere permesso e si diresse verso la scala di metallo che portava al piccolo ufficio in lamiera. Nel tragitto dalla porta alle scale incontrò Peppone che era visibile grazie ai pochi riflessi del neon dell’ufficio che uscivano dalla finestra.

Mentre Joe passava accanto a Peppone appoggiò una mano sul suo compagno di viaggio. Era possibile provare empatia per un mezzo di trasporto? Ma soprattutto era possibile provarne di più per un furgone che per un essere umano? Joe non ci ragionò troppo su e iniziò a salire le scale.

Arrivò abbastanza rapidamente alla porta dell’ufficio e l’aprì senza bussare. Al suo interno il meccanico fece un balzo.

Meccanico: “Cavolo! Ma potevi avvisarmi che eri arrivato no? Maledizione, mi hai fatto spaventare!”

Joe: “Se non mi avessi chiesto di venire qui, probabilmente non ti saresti spaventato.”

Il meccanico non raccolse la provocazione. Iniziò a camminare freneticamente in circolo dentro al piccolo ufficio di metallo sospeso sopra alla sua officina. Joe prese una sedia che gli ricordava tanto quelle di scuola, la girò a rovescio e ci si sedette sopra appoggiando il petto allo schienale. Il gesto seguente fu uno dei più prevedibili. Inserì la mano nella tasca posteriore dei pantaloni e tirò fuori tabacco e cartine. Il meccanico non accennava a fermarsi.

Grandi casini

Il silenzio cominciava a farsi pesante. Così Joe decise di prendere l’iziativa e mentre costruiva l’ennesima sigaretta, decise di capirne di più sulla ragione per cui era stato richiamato con tanta urgenza.

Joe: “Senti, Tony, si può sapere cosa ci faccio qui?”

Meccanico: “Non mi chiamo Tony. Mi chiamo Nico. Tony è mio padre.”

Joe: “Va beh, Nico. La domanda resta la stessa.”

Nico: “È successo un grandissimo casino. Quel figlio di puttana di Gerard ha di nuovo importunato mia sorella. Questa volta le ha fatto vedere il cazzo. Mia sorella ha 16 anni e lui ne ha 45! È uno schifoso pedofilo! Pensa che le ha anche afferrato il polso per farglielo toccare con la mano!”

Joe: “Disgustoso. Cosa vuoi che faccia io per te?”

Nico: “È la quarta volta che importuna mia sorella, ma è l’ultima volta. Voglio che tu venga con me. Andremo a fargli una visitina.”

Joe: “Ehi, ehi, frena un momento. Per quale ragione dovrei andarmi a ficcare in questo casino per te? Nemmeno ci conosciamo!”

Nico: “Perché il lavoro sul tuo furgone costa 550€ ed è palese che tu non abbia i soldi per pagarmi. Quindi l’unico modo che hai per sdebitarti è quello di essermi utile ora. Inoltre la cosa che voglio fare non è troppo legale, quindi mi serve qualcuno che poi non rimanga in città.”

Joe: “Ok, diciamo che hai la mia attenzione. E cosa vorresti fare a questo Gerard?”

Nico: “Gerard è il proprietario dello sfasciacarrozze di Antibes. Voglio dar fuoco alla sua tenuta. So che tiene vari bidoni di benzina che ricava dai serbatoi delle auto che gli portano. Tutti sanno che usa quella benzina per affari loschi.”

Joe: “Loschi tipo?”

Nico: “Non so di preciso! C’è chi dice che la usi per tagliare la cocaina. Ma che ti frega? È un figlio di puttana. Non la deve toccare mia sorella!”

Joe: “Ok, ok. Come vuoi procedere quindi?”

Nico: “Andiamo alla sua tenuta, usiamo la sua benzina e diamo fuoco a tutto. Quello stronzo deve crepare bruciato!”

Joe: “Vuoi andare… adesso?”

Nico: “Certo, perché cazzo credi che ti abbia chiamato qui con tanta urgenza. Non fare il vigliacco! Prendo le chiavi dell’auto e andiamo”

In quel mentre il telefono fisso dell’ufficio squillò. Nico rispose velocemente e la conversazione si svolse in francese.

Nico: “Mamma, te l’ho già detto! Non posso fargliela passare liscia lo capisci?” il meccanico tirò un fortissimo cazzotto alla già malandata scrivania “Non può continuare a comportarsi così!”

Nico si voltò verso Joe e gli intimò di aspettarlo dietro, vicino alla macchina. Joe non se lo fece ripetere due volte. Si alzò dalla sedia, prese la sigaretta che si era messo dietro all’orecchio e si diresse verso l’uscita dell’ufficio.

Live and let die…

Chiuse la porta dietro di sé e rimase un secondo immerso nel buio. Davvero era disposto a seguire Nico in questa situazione pur di non pagare il conto della riparazione del suo van? La povertà era una brutta cosa. Avrebbe seguito Nico. Non c’erano strade.

Joe mise la sigaretta in bocca e l’accese mentre scendeva le scale. Si ricordava benissimo che il meccanico gli aveva detto che non si fumava, ma gli stava già chiedendo molto, non gli avrebbe rotto le scatole per una cosa così. Joe terminò di fumare la sua sigaretta appoggiato alla fiancata del super pick-up di Nico. Era davvero pensieroso.

Poco dopo sulla soglia apparve il meccanico che chiuse la porta dell’officina a chiave e si avvicinò al mezzo.

Nico: “Su, andiamo, che aspetti? La macchina è aperta. Datti una mossa!”

Joe controvoglia aprì lo sportello dell’auto e si arrampicò raggiungendo il sedile del passeggero. Era nervoso, ma la sua faccia non lo lasciava intuire. Joe sapeva che sarebbero successi dei casini ancora più grandi, ma la vita va vissuta così come viene. E in quel momento lui stava solo seguendo il corso degli eventi. Inutile ribellarsi.

Si spostò di lato sul sedile, estrasse nuovamente il tabacco dalla tasca posteriore e iniziò a fare un’altra sigaretta, mentre Nico aveva già messo in moto l’auto e iniziava a dirigersi verso l’uscita del suo piazzale.

CONTINUA NEL PROSSIMO CAPITOLO…


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